Taccuino

Via il razzismo dai giornali

Poche ore fa avrei indirizzato queste righe agli esponenti politici e ai direttori dei quotidiani colpevoli di aver trasformato il caso della morte di una bambina per malaria cerebrale in una presunta prova scientifica del proprio razzismo. Oggi ho cambiato idea, riflettendo sul fatto che tra coloro che coltivano il proprio tornaconto al vertiginoso costo di alimentare l’odio reciproco e il vasto pubblico a cui si rivolgono, è assai più utile rivolgersi ai secondi, a quanti leggono per farsi un’opinione propria e obiettiva ma troppo spesso ne escono con il suo opposto.

Oggi più che mai è importante saper difendersi da chi abusa della libertà di espressione o del proprio ruolo nella società. Il rischio è quello di perdere le nostre idee per ridurci a seguaci di ideologie distruttive costruite con l’alibi della paura; di farci vittime di un fine terrorismo che ci spinge a innalzare muri tra noi e chiunque sia diverso al caro prezzo di imprigionarci.

I fatti. Lo scorso lunedì è morta negli Spedali Civili di Brescia una bambina di quattro anni affetta da malaria, una malattia che non si può trasmettere per contagio diretto tra due persone se non mediante una trasfusione con sangue infetto. Poco dopo è stato dichiarato che in quei giorni nella medesima struttura era stato ricoverato per malaria un nucleo familiare del Burkina Faso e residente in Trentino; in particolare, tra il 16 e il 21 settembre erano state ricoverate nello stesso reparto della bimba poi deceduta le due bambine di quella famiglia. Al riguardo, Paolo Bordon, direttore generale dell’APSS del Trentino, ha chiarito che le pazienti erano sistemate in stanze diverse, «le cure sono state effettuate con materiale monouso e non ci sono state trasfusioni». Per scoprire come la piccola Sofia abbia contratto la malaria sono state persino piazzate quattro trappole per zanzare anofele, ma senza alcun risultato. Chiaramente, una questione aperta e delicata, su cui sono a lavoro medici, scienziati e pubblici ministeri.

Ma tutto ciò e il rispetto per il lutto dei genitori della piccola Sofia sembrano contare meno di niente per il politico affezionato al più basso populismo e il giornalista malato di razzismo. “Ecco la malaria degli immigrati” ha scritto Il Tempo, che il giorno seguente ha reagito alla pioggia di critiche omettendo il titolo della prima pagina in segno di protesta. “Dopo la miseria portano malattie: immigrati affetti da morbi letali diffondono infezioni” titolava lo scorso mercoledì Libero di Vittorio Feltri, che il giorno seguente ha rincarato la dose con “La verità sui neri irrita”. Inquietante, mistificante e vergognoso, sono gli aggettivi che utilizzerei. Perché, al di là del nome del giornale – ironia della sorte – c’è sempre chi dimentica l’esistenza di un doppio limite anche alla libertà di espressione, specie quella giornalistica: uno, legale, di rispetto dei valori fondamentali dell’uguaglianza, della solidarietà e della non-discriminazione; l’altro, morale, per un giornalismo che sia tale e che informi correttamente, anche con intento di crescita dei lettori.

La medicina non è politica, non è democratica e non è un’opinione, tuttavia accade sempre più spesso che il manifestarsi di una malattia venga spiegato in relazione al fenomeno dei migranti, della loro povertà e dei diritti mancati, giocando su canoni di ordine puramente probabilistico. Lo dimostra il fatto che anche altre malattie, oggi come ieri, sono giunte nei confini europei tramite connazionali e turisti del nostro amato mondo occidentale. Del resto, sia Libero che Matteo Salvini hanno citato in questi giorni solo parte degli studi dell’ISS, estrapolando ciò che più gli è comodo e riducendo la complessità oggettiva della realtà o a un titolone ad effetto o a uno slogan di campagna elettorale. È davvero troppo, è deprecabile, offensivo dell’intelligenza comune e sintomo di un odio che non esiterei a definire disumano.

Nessuno si è preoccupato di ricordarci che la salute, e con essa l’assistenza sanitaria, sono un diritto costituzionalmente garantito alla persona, e non al passaporto o agli amici degli amici. Nessuno ha avuto il coraggio di ricordare che è proprio con la Bossi-Fini che si è acuita l’immigrazione clandestina e il conseguente sfuggire dei fenomeni migratori a logiche di controllo, anche sanitario. Nessuno, più in generale, ci ricorda che l’assenza di politica internazionale nel ventennio passato ha prodotto l’intensificarsi dell’abbandono della cooperazione internazionale, l’annullamento degli investimenti umanitari e la distruzione della solida tradizione mediatrice dell’Italia, che per anni fu strategica nel Mediterraneo e ponte fra culture diverse. Il giornalismo serio avrebbe cercato di capire che cosa non ha funzionato, avrebbe fatto un’inchiesta sulle profilassi sanitarie, avrebbe cercato e ci avrebbe riferito di informazioni obiettive. Conosciamo tutti le gigantesche difficoltà e le criticità del sistema di accoglienza, ma niente di ciò legittimerà mai campagne che sibilino linguaggi xenofobi e razzisti andando ben oltre la denuncia dei problemi quotidiani del sistema.

Non dobbiamo assistere, passivi, a questo rabbioso veleno d’odio sparso per uccidere il sogno di uguaglianza e fratellanza che i Padri Costituenti e la storia umana perseguono da sempre. Le nostre comunità avrebbero dovuto vedere quelle tre bambine giocare insieme, imparare nella stesse scuole, crescere insieme e, nella malattia, godere del medesimo rispetto.

Da Sindaco di una città di 32 mila abitanti, fiero di rappresentare una comunità solidale che fa accoglienza, trovo squalificante che esista ancora un sedicente giornalismo che abdichi al proprio ruolo per farsi bieco opinionismo che soffia sulle frustrazioni del Paese e sparge in giro semi d’odio. Siamo chiamati a recuperare le disuguaglianze che decenni di liberismo e liberalismo sfrenati hanno tradotto in disintegrazione sociale e umana: una missione di spirito quasi risorgimentale, che mette al centro gli uomini, le donne, i diritti e l’uguaglianza, da realizzare prima di tutto attraverso i servizi pubblici. Questo è ciò che devono fare le istituzioni politiche e sociali, fra le quali il c.d. “quarto potere”, che si pretende assolva al proprio compito in modo sempre maturo, puntuale, obiettivo e privo di riserve per i diritti delle persone.

 

 

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