Taccuino

Una bimba ci ricorda la distanza tra legge e amore

Sono un convinto sostenitore della centralità delle persone nei pensieri della politica. Il presupposto è quello di una classe dirigente, locale e nazionale, consapevole del ruolo che le scelte di legislazione e azione hanno nella vita quotidiana e futura delle comunità. L’episodio venuto alla ribalta delle cronache per la piccola stella nata nel nostro ospedale e affidata dai genitori alla cura delle istituzioni è uno di quegli eventi sui quali riflettere.

In primo luogo, riflettere sull’atteggiamento che ciascuno deve avere su vicende umane di questo spessore: in un Paese che in passato ha trovato bambini neonati nei cassonetti o in abbandono, il gesto di queste persone merita rispetto e non giudizi. Questa nostra creatura è il simbolo stesso della speranza e mi unisco a chi chiede a gran voce di darle una casa, una famiglia, un futuro. Decine di persone ci hanno contattati da tutta Italia per manifestare vicinanza ai genitori e dichiarare la propria disponibilità ad adottarla: in questo senso, mi sto sfinendo a ricordare che il moto di sensibilità deve tradursi nell’intrapresa di un percorso, che è quello che la legge nazionale prevede per diventare genitori adottivi, attraverso l’interlocuzione con le Istituzioni incaricate, a partire dal Tribunale dei Minori e dalle strutture amministrative che gestiscono le domande e le verifiche.

Confesso a cuore aperto la mia comprensione per lo scoccare di quella scintilla di amore incondizionato e di protezione che molti hanno sentito nel proprio cuore: a una giornalista amica, che mi aveva contattato per sapere cosa ne pensasse il Sindaco, ho confidato che io stesso vorrei poter essere una risposta in simili vicende, pur consapevole che il mio attuale status di “single” sia considerato dalla legge un impedimento alla libertà di amare una nuova vita ed esserne genitore. Credo il compito di ciascuno di noi, nel poco o tanto tempo che ci è dato di vivere, sia quello di amare davvero le persone e dimostrarlo in ogni tempo ed occasione, mettendo in discussione le proprie incrollabili certezze di quotidianità per far spazio agli altri.

Non si parla di un egoistico desiderio, bensì di un bisogno incondizionato di dare se stessi agli altri quando vi sia bisogno e quando sia possibile: in questa dimensione, prettamente umana, nessuno mi ha mai davvero spiegato perché una persona che, per scelta altrui o per gli eventi della vita, vive da “single” non possa essere genitore. Infondo, molti padri e molte madri già oggi crescono da soli i propri figli.

Insomma, se è vero – e lo è – che la genitorialità in adozione deve necessariamente passare serie e profonde verifiche sull’effettiva esistenza dei presupposti personali, è anche vero che la restrizione alle solo coppie non è l’unica fonte di risposta alla possibilità di adozione. Oggi più di ieri possiamo affermare che genitore è chi ama e sa donarsi al compito di aiutare la crescita e la formazione di un bambino: non si può affermare un diverso assioma, alla luce delle brutte cronache che raccontano di spietatezze efferate consumate nella finta sicurezza di mura familiari.

Urge un salto di qualità, un gesto di civiltà: per riformare il sistema delle adozioni – anche internazionali – così come per accorciare tempi e passaggi, non ci si dovrebbe rivolgere più ai giudici o agli apparati amministrativi, esecutori del sistema, bensì al Parlamento. Ma serve soprattutto una politica che conosca l’empatia e sappia ricorrervi con onestà. La politica buona, che mette al centro le persone e la dimensione umana delle scelte, è il vero antidoto a quel Paese che per troppi anni si è incattivito dinanzi all’indifferenza e al burocratismo. La storia della nostra piccola stella racconta molto più di una cronaca locale: è la speranza di un’umanità che, silenziosa, esiste ancora e lotta.