Taccuino

Tre luoghi comuni sulla giustizia italiana

Lo dico chiaramente: questo surreale dibattito sulla prescrizione non mi appassiona e, soprattutto, non mi convince. In questi giorni estenuanti scontri e ricatti incrociati – dove la politica nazionale manda nel dimenticatoio le emergenze del mercato del lavoro e del PIL che non decolla – ho mantenuto il silenzio nell’attesa di farmi un’opinione più seria, dati alla mano.

Provo, allora, a riassumere il mio punto di vista attraverso un breve viaggio nei tre luoghi comuni che vengono fuori quando si parla di giustizia e Tribunali nel nostro Paese. E siccome non intendo farlo con troppi tecnicismi, abbandono le vesti di operatore del diritto (ossia, avvocato, studioso e amministratore) e mi limito ad alcune osservazioni partendo da tre frasi che si sentono al bar.

1°) “la giustizia italiana è lenta e la prescrizione salva i colpevoli” – La lentezza della giustizia italiana è un mantra della politica che, associato al tema della prescrizione, viene spesso brandito da coloro che hanno subito un’ingiustizia e non trovano alcuna riparazione; comprensibile, ma non condivisibile in assoluto. Per una volta, andiamo in profondità: chi non è stato in un Tribunale non sa che i giudici sono pochi e i fascicoli sono migliaia per ciascuno di loro; non sanno che gli operatori del Tribunale (cancellieri, ufficiali giudiziari, personale in generale) sono spesso pochi e costretti a turni di lavoro forsennati. In questo quadro, dunque, esistono due dottrine: la prima, superficiale, è quella di chi vuole abolire la prescrizione, tuttavia preludendo a un sistema giudiziario nel quale si rischia di stare sotto processo una vita intera (e il giusto processo? i diritti dell’innocente?), al netto del fatto che esistono anche gli errori giudiziari; la seconda, meno diffusa ma forse più seria, è quella di chi vuole lavorare a ridurre i tempi dei processi, investendo su più giudici e personale, nell’ovvio ragionamento che più sono le teste, minori i carichi che si ritroveranno a gestire e più celere la capacità di risposta. Perché non parlare seriamente di questa seconda opzione?

2°) “i giudici non puniscono mai come dovrebbero” – Chi è stato ingiustamente colpito da illeciti percepisce un problema nel fatto che il sistema processuale e delle sanzioni penali non sarebbe applicato dai Giudici. Anche questa è una semplificazione sbagliata. Il Giudice fa riferimento alla legge e la applica al caso concreto attraverso l’interpretazione: la giustizia umana con tutte le sue imperfezioni funziona così e sinora lo Stato di diritto non ha un sostituto migliore. Allora il problema non è questo o quel Giudice, bensì gli strumenti che ha a disposizione. E se in parlamento mandiamo gente che sa prendere 15mila euro o 21mila al mese, ma non sa cosa approva quando alza la manina o, peggio, non sa scrivere una legge, è chiaro che al Giudice sarà affidato il compito di lavorare con strumenti sbagliati. Se oggi esiste un problema di giustizia nelle condanne è perché abbiamo in mano Codici scritti nell’epoca fascista – dal processo alla parte sostanziale – e la politica non ha mai voluto metter mano a una riforma complessiva dello strumentario del processo penale. E allora la vera emergenza non è l’interpretazione, bensì la certezza della pena.

3°) “i processi durano tanto per colpa degli avvocati” – Anche se con termini diversi, lo dice in continuazione anche Davigo, membro del CSM: gli avvocati sarebbero i veri cerimonieri della lunghezza dei processi, con le loro tecniche dilatorie. Niente di più sbagliato, per due motivi: il primo – paradossale – è che se la convinzione di certe affermazioni fosse solida (e non lo è), non si spiegherebbe perché un Giudice non fissi udienze a scadenza settimanale, così i comportamenti dilatori sortirebbero un effetto minimo (le udienze, d’altronde, le fissano i Giudici, non gli avvocati); la seconda, è che l’avvocato ha un mandato e una difesa da svolgere, e cerca di farlo al meglio nell’interesse del proprio assistito, cosa prevista dalla Legge oltre che dalla Costituzione: è ovvio che in questo lavoro, l’avvocato non può che sfruttare tutte le intercapedini, gli spifferi e i difetti del sistema giudiziario e processuale. Quel che stupisce è che nessuno si sia preoccupato di cambiare le Leggi e ci si diverta – non me ne voglia l’illustrissimo Davigo – a dare la colpa alla categoria degli avvocati (che di colpe ne avrà certamente tante, ma non meno di altre che operano intorno al diritto, parlamentari compresi).

In altre parole, se davvero volessimo finalmente parlare del problema della giustizia – che esiste ed è innegabile – non si dovrebbe farlo limitandosi a far sparire la prescrizione, né a giocare la partita in mera contrapposizione sul “non toccarla”: una classe politica seria (e ci metto praticamente tutti, visto il teatrino di questi giorni) ammetterebbe che serve una riforma complessiva del sistema processuale italiano (non solo penale, a dire il vero) che assicuri certezza della pena, effettività della pena, responsabilità effettiva dei Giudici, processi veloci con tanti Giudici assunti a lavoro nei Tribunali e una prescrizione magari molto più lunga o scaglionata, ma comunque posta a presidio delle storture di un sistema che non è divino e risente inevitabilmente del potenziale devastante che l’errore umano può avere in questo campo (di storie di processati innocenti o addirittura di carcerati innocenti non ne esistono – purtroppo – poche…).

Il giustizialismo non è la soluzione – e mi preoccupa la posizione di un PD che rincorre un Ministro apparentemente impreparato anche se non dovrebbe esserlo visto che è avvocato – , così come non lo è un finto garantismo sfrenato che tende solo all’irresistibile messaggio subliminale della suprema impunità, a buon prezzo per tutti.