Taccuino

Terra chiama PD

È un momento di estrema delicatezza per la vita del Partito Democratico. Alla certificazione di distanza, ritorno al neo-centralismo politico e irrilevanza delle articolazioni definite “periferiche” del partito – che già sarebbero abbastanza – si aggiunge la manicheizzazione degli argomenti, fra chi è con Renzi e chi con Martina. Credo che per il PD sia tempo di dimostrare di essere ben diverso da ciò che hanno rappresentato DS e Margherita a loro tempo, con le lotte e le defenestrazioni. Il dibattito oggi dovrebbe avere a oggetto il riallineamento del partito con il Paese, diffusamente smarrito dai big nazionali.

Primo: la rottamazione, tanto anelata dal Paese quanto mai realizzata da noi democratici, è diventata il vero “boomerang in faccia” di questa tornata. Con me, molti amministratori sono ancora seduti nelle prime file di quella Leopolda 2010 che invocava un Partito Democratico in grado di consegnare a nuove e più credibili generazioni la guida e la responsabilità del Paese. La rottamazione, per qualche feudatario a rischio di scomparsa, si è trasformata in un riciclo di se stessi su un ascensore diretto ai piani alti del partito. E così il testimone della rottamazione è passato proprio a coloro che oggi dominano la scena con le proteste al posto delle proposte.

Secondo: il Paese ha ancora paura di un futuro peggiore del presente, e questo deve far ragionare. Sogno il giorno in cui si metterà un bel punto alle scelte comunicative operate sinora, che fossilizzano il partito nel racconto di un florido presente che la gente non trova intorno a sé, testardamente dimostrato con dati e percentuali che poco importano all’elettorato. Sogno quel giorno, ma intanto la Leopolda 2018 è intitolata “La prova del nove”. Se il 4 dicembre 2016 il Paese ha scelto di rifiutare la riforma costituzionale, la colpa non è dell’elettorato. Incolpare gli elettori anziché farsi carico dei risultati è uno sport evergreen ereditato dalla vecchia sinistra e utile solo a scavare sempre più a fondo il divario tra la politica e le persone. E quando un partito non rappresenta lo stato d’animo del Paese, si estingue per impossibilità dell’oggetto sociale.

Muovendo da questa breve riflessione, ho condiviso con molti amministratori, vicini e lontani, un documento destinato al Segretario PD Reggente Martina in occasione della Direzione di oggi. Sono in tanti a inviarmi ancora la loro sottoscrizione. Ciò che chiediamo è uno scatto di empatia e pragmatismo, convinti che l’apparato dirigente stia esaurendo la propria credibilità con l’avvio di un dibattito che parla ancora una volta di strategie, attendismi, irresponsabilità e conte interne. 

Sordi, autoreferenziali e quindi inutili: tutto quello che i veri democratici non possono permettersi di essere. Umiltà, pragmatismo ed empatia sono il solo programma per un partito che deve tornare a occuparsi del Paese, affrontando i dialoghi senza pregiudizi e forte dei propri obiettivi.

 

Delegazione PD a Roma