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Taglio dei parlamentari: perché SI

Il 20 e 21 settembre, si vota per il referendum confermativo del taglio dei parlamentari, approvato con legge costituzionale da ultimo votata l’8 ottobre 2019 , con l’espressione favorevole di 553 deputati, l’astensione di 2 e 14 contrari.
Nella sostanza: se il referendum riceve più “SI” che “NO”, allora la Camera dei Deputati passerà da 630 componenti a 400 e il Senato della Repubblica da 315 a 200 (i senatori a vita sono e restano i 5 previsti in Costituzione).
Dunque, SI o NO al referendum?

Ci sono tre riflessioni aperte che ho fatto, in queste settimane.
La prima: il testo. Rischia di essere un taglio numerico dei parlamentari, senza alcun aggancio con una visione di adeguamento dell’architettura costituzionale di cui da decenni – fra appattumamenti, bicamerali e presidenti in cerca di legittimazione – si discute senza mai esito serio. La riforma cassata dal referendum del 2016 era certamente più seria e completa, ancorché scritta in pessimo italiano e stupidamente presentata e ridicolizzata come un atto di legittimazione personale che alla fine impose le dimissioni all’allora premier Renzi.
La seconda: gli effetti. L’unica combinazione che segue l’approvazione è certamente la necessità di revisione dei collegi elettorali (da riportare al nuovo numero di parlamentari), cosa per cui basta un atto dell’esecutivo in un processo condiviso con le Camere. Poi, certamente, c’è il dilemma del paventato “rafforzamento dell’esecutivo”, come fosse una minaccia di dittatura o preponderanza del Governo sulle Camere; ma a vedere la prassi dei decreti legge e dei decreti legislativi – oltre che dei maxiemendamenti dell’ultimo minuto e della fiducia a spron battuto – direi che quel paventato rischio è già un’attualità rispetto alla quale il dibattito mi pare puramente ideologico e non pratico.
La terza: la posizione del PD. Quando era all’opposizione ha votato “NO” in parlamento, per via dello scollamento da una visione (come dicevo) e per il significato demagogico del taglio. Nell’agosto 2019 – grazie al mojito del Papete – il PD sale al governo e a ottobre vota SI al taglio. Estate 2020: nel silenzio attuale, molti parlamentari (peraltro, che avevano votato sì nella propria Camera) tentano adesso la strada del NO popolare, con varie argomentazioni.

Risultato della riflessione: bene ragionare con la propria testa, perché qui per il momento non se ne cava un gran che; e provo a farlo col solo pragmatismo e un minimo di visione.

Ebbene, è vero che non tutti i nostri parlamentari sono così “staccati” dalla realtà, ma dopo l’epoca di pornostar in Parlamento (che furono eccezioni) e l’avvio dei personaggi TV (che il berlusconismo mise come regola), siamo finiti nell’era in cui è sufficiente non aver mai fatto nulla in politica e sapere zero del Paese e delle Istituzioni e delle Leggi, e c’è poco da stupirsi se oggi, per fare il Ministro degli Esteri, la conoscenza delle lingue è irrilevante (sic!).
È vero che il problema della politica è la qualità dei rappresentanti e l’assenza di seri meccanismi di selezione della classe dirigente che ci rappresenti. Qui la riforma più urgente però è quella dei livelli nazionali dei partiti, che non ammettono di essere malati di leaderismo e continuano a selezionare i rappresentanti sulla base di quanto possono versare nelle casse delle campagne elettorali, oppure di quanti voti (spesso, clientele) dispongono o, ancora, di quanta fedeltà (in senso di obbedienza) riescono a garantire alle linee calate dall’alto.
E dunque, sì, dovremmo focalizzare il tema su come sia possibile avere un livello di rappresentanza migliore in qualità, più che minore in quantità.
Ma i tempi, d’altronde, questo offrono.
E il discorso sarebbe lungo (magari, lo riprenderemo).

Andiamo al sodo: nel dibattito interno al PD, e anche nelle strade, ho deciso di sostenere le ragioni del SI.
Come noto, non sono un elettore grillino e non condivido per niente il taglio demagogico e strafottente di quella visione; contemporaneamente, trovo infantile che si voti diversamente per il solo motivo che così significherebbe fargli portare a casa una vittoria.
Né ritengo, d’altro canto, di seguire un diktat specifico (peraltro, inesistente), in un quadro nel quale ci sono partiti che prima hanno votato no, poi sì e ora invitano a votate no, con una serie di incomprensibili piroette che faranno cadere la colpa, come sempre, sugli elettori e non sulla propria mancanza di rappresentatività.
Non è nei vizi delle lotte di parte che trovo la soluzione alla questione.

Soluzione trovo, piuttosto, nell’ormai inevitabile segnale a un sistema politico nazionale che, a differenza dei territori e della comunità locale, pare in grado di evolvere e reagire aprendo riflessioni su se stesso solo se “traumatizzato” da eventi esogeni e da iniziative ingovernabili dall’alto, che pongano di fronte a responsabilità e chiedano di esprimere compiutamente visioni: in questo caso, il tema è l’adeguamento delle istituzioni.
Trovo la soluzione nella circostanza che il coraggio delle riforme sta anche nel generare, da un’occasione come questa, un percorso di riallineamento delle regole istituzionali – anche costituzionali – alla società e ai tempi: ricordo, in questo senso, che i discorsi di Nilde Iotti – invocata da un’intervista che rilasciò nel 1984 – parlavano di una rappresentanza più qualificata dai contenuti che dai numeri, in un Parlamento monocamerale di cui ancora oggi si discute senza mai arrivare a uno sbocco conclusivo delle riflessioni trascinate attraverso decenni.
E la trovo nel peso ormai insopportabile dell’ipertrofia della rappresentanza politica che (sviluppando un controverso dibattito politico che Nilde Iotti innescò negli anni ottanta), a 72 anni dal vigore della Costituzione, a 50 anni dall’avvio dei consigli regionali e a 19 anni dalla riforma regionalista si preoccupa solo di 345 seggi un meno, mentre dovremmo esser seri e ammettere che rappresentanza democratica e quantità non sono automaticamente e proporzionalmente legati (il tema della qualità ne è la prova) e che parlamentarismo e presidenzialismo non si reggono sui numeri del primo (bensì su meccanismi e funzioni). Per cui, il lavoro di restyling della rappresentanza deve pur partire, senza però fermarsi al Parlamento e toccando, semmai, tutto il sistema, ragionando su qualità e quantità.
Invevitabilmente, le conseguenze che questa riforma avrà altro non saranno che il risvolto che i partiti stessi – inclusi quelli che l’hanno votata in Parlamento – sapranno generare, nella loro esclusiva e unica responsabilità che gli deriva dalla funzione e dalla ragione per cui esistono (ivi inclusi quelli che alla funzione hanno rinunciato): perché, da sola, questa riforma potrà aiutare a scatenare riflessioni e iniziare percorsi, e tuttavia sarà insufficiente a esaurire da sola i temi della rappresentatività e della qualità della selezione cui, da tempo, la politica sembra aver abdicato in favore del giuramento di fedeltà a metodi settari prima ancora che alla Repubblica e al suo popolo.
Insomma, nell’attuale dibattito – in cui il PD non ha ancora assunto una posizione – mi schiero con il SI, con le ragioni della necessità del riformismo e dell’inizio di un percorso che tocchi anche i “tabù” della rappresentanza e della vita (democratica) dei partiti, veicoli essenziali della partecipazione e della democrazia.