Taccuino

Sul Decreto Sicurezza

L’applicazione del Decreto Sicurezza non è questione da poco, specie per la parte in cui elimina le tutele minime essenziali delle persone già in Italia e passate dal sistema dell’accoglienza. È una riga che elimina la residenza e introduce il domicilio. Per un Ministro è questione di slogan, per un Sindaco è molto di più. C’è in ballo un duplice ordine di valori: il primo è la Sicurezza stessa, perché vietare il diritto di permanere nel Paese dove si è entrati (arrivando a proibire la residenza, garanzia di stabilità e certezza di farsi trovare) significa generare una zona grigia di persone che stanno sul territorio nazionale senza essere controllabili come lo siamo tutti noi, comuni residenti; il secondo sono i Diritti Umani essenziali, dall’assistenza sanitaria all’istruzione, che riguardano anche i bambini giunti nel nostro Paese.

Per farvi capire meglio, faccio una premessa. Non sono mai stato convinto che accogliere tutti fosse possibile: la dignità è il limite al di sotto del quale non è possibile scendere. Molti non ricordano che fino al 2015 il sistema di accoglienza prevedeva uno smistamento stile “pacchi postali”, per cui le Prefetture finivano per diventare articolazione periferica di un sistema di collocamento di numeri. A quel tempo, sforniti di ogni minima regola, provammo da soli a portare quel meccanismo coatto a un livello ben superiore, finalizzato all’integrazione attraverso la microaccoglienza diffusa e i lavori socialmente utili. Nel 2016 ci fu poi un cambio radicale nell’impostazione, per cui attraverso una nuova discutibile politica internazionale, il Governo riuscì a innescare una discussione Europea e a interagire con i Paesi di partenza per avviare dialoghi – invero, finiti in soluzioni che oggi possiamo dire poco chiare. In realtà c’era molto e ben altro da fare.

Per quanto la Bossi-Fini non sia mai stata la mia legge ideale – basata, com’era, sul principio sbagliato del divieto anziché del controllo e della regolamentazione – devo ammettere oggi che il suo devastante effetto negativo era presupporre che dinanzi a un diniego di permanenza sul suolo italiano, chi di dovere se ne sarebbe andato. Sistema dei rimpatri? Non pervenuto. Ed è ovvio: se si affronta un fenomeno internazionale con un criterio simil-nazionalistico, la risposta è “ciò che accade fuori dalla soglia di casa mia non mi riguarda”. Da Tangentopoli in poi, in effetti, la politica internazionale è stata sempre più debole, con una classe politica generalmente impoverita dal discredito interno. Così si facevano i dinieghi di permesso di soggiorno, si consegnava il provvedimento di rimpatrio, ma chi pagava l’aereo? Per quale Paese? In che rapporto col Paese di origine o provenienza? I rimpatri si eseguono di concerto con il Paese di provenienza, se esistono le risorse per i voli, se alla base si è retti da una politica internazionale seria, missioni umanitarie e fondi di sostegno ai Paesi in via di sviluppo – ridotti al lumicino dal 2008, in Italia; per non parlare della Francia, che tassa le ex colonie, o dell’UE, che ha affievolito il suo ruolo di tutrice del continente africano, terra di scorribande fra multinazionali americane e Stato Cinese, che compra terra e villaggi per farne feudi di coltivazione per il cibo del proprio Paese. Comunque, se la Bossi-Fini già aveva i suoi difetti, almeno non privava il sistema di qualsiasi metodologia di controllo sugli accolti né arrivava a disumanizzare il rapporto con chi stava sul suolo italiano in attesa di tornare nel proprio Paese.

Oggi, con il Decreto Sicurezza si faranno senz’altro anche cose buone – lungi da me pensare che sia tutto sbagliato perché pensato da uno che nella vita ha vissuto solo di partito ed Europarlamento; in questo senso, avrei dovuto aver pregiudizi su parecchi. Però faccio il Sindaco, perciò non potrò confermare alla mia gente che l’immigrazione è risolta perché lo dice la legge. Sono preoccupato perché il meccanismo contenuto nel decreto mina le basi del sistema di controllo e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione garantisce alle persone indipendentemente dallo stato di cittadini. Va anche detto che già il sistema normativo della residenza contiene paradossi che ricadono sui tanti cittadini italiani privi di residenza e assistenza sanitaria; ma che a questi si aggiungano altri davvero non mi va giù. È come vedere il problema e, anziché risolverlo, fomentarlo: allora o non hai capito nulla o quel problema è ciò che garantisce la tua esistenza politica. 

Disapplicare la legge non è la soluzione, ma se dovesse capitarmi una donna incinta, un anziano, un malato o bambino cui, applicando la legge, negherei istruzione e cure sanitarie, non ci penserei neppure. Andrei verso una denuncia e magari un processo penale, ma uno nel quale il Giudice sarebbe chiamato a considerare che il mio comportamento è servito a garantire il rispetto dei diritti costituzionali di un essere umano. D’altronde, se esistiamo è per volerci bene e fare del bene agli altri.

Sulla Costa dell’Onda, 50 News Versilia (17/1/2019)