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So benissimo cosa senti

So benissimo cosa senti.

Anche io, come te, sono molto preoccupato per quel che accade intorno. Non temo, semplicemente, per me stesso, ma per ogni persona che mi è vicina, che amo, con la quale condivido un amore, un sentimento, una passione, un hobby, un ricordo o la vita. Non so quanto ancora durerà questa situazione, perché è difficile fare previsioni quando i destini di un Paese intero non sono legati a una legge o a un atto collettivo, bensì alla sensibilità e alla coscienza di ogni singolo individuo; i giorni delle restrizioni per alcuni sembrano prigionie eterne anziché – come sono – un momento di investimento sul futuro proprio e di tutte le nostre comunità. Mi consola sapere che molti non cercano la fuga dalle regole, che – come me e te – resistono, e ammiro lo sforzo delle tante comunità – locale e versiliese, ma anche nazionale – che si sono attrezzate per continuare ad essere tali anche in assenza di quel contatto fisico che, se fosse esistito invariato, avrebbe mietuto già oggi più morti di quelli che si contano.

Esattamente come te, ben oltre un semplice timore, so che questa situazione può mettere a rischio i risparmi, il lavoro delle persone, la possibilità di pagare in futuro la rata di un mutuo o un affitto o anche una semplice bolletta; mi preoccupa pensare alla vita di chi ha un negozio che è chiuso già da quindici giorni, perché non voglio rinunciare a rivedere le nostre strade che brulicano di movimento e di vita, di lavoro e di quotidianità. Le preoccupazioni che abbiamo, tuttavia, non potranno mai seppellirci nel baratro delle ipocondrie, del complottismo, del panico scalmanato e compulsivo, delle cacce frustrate contro qualsiasi nemico che ci si possa inventare per la paura di guardarsi allo specchio e scoprire che, forse, il nemico siamo stati noi stessi, con le nostre abitudini.

Come te, so che non siamo da soli.

C’è una comunità intera che silenziosamente e senza tanto dramma, affronta questo periodo difficile e mai vissuto prima di ora, dalle generazioni che vivono nel nostro territorio: perché anche i più anziani – come mi ha detto l’Alberta – hanno visto guerre in cui le bombe esplodevano e poi l’aria restava pulita e i nemici li si vedeva allontanarsi, mentre qui il nemico è microscopico e non si vede. Ma è il senso del rispetto profondo e dignitoso ad animare ogni nostra scelta, adesso.

Il rispetto per i malati e le persone che, a casa o in ospedale, lottano contro il COVID19, che non sono numeri da rimuginare ogni giorno e nemmeno nomi da conoscere a tutti i costi. Il rispetto per i volontari che in tutta Italia sono a lavoro per servire a domicilio chiunque ha bisogno e soccorrere chi sta male, mettendo a rischio la propria vita. Il rispetto per i medici, gli infermieri, gli OS, che si stanno dedicando con ancora più forte intensità a salvare vite e dare conforto a chi, nell’isolamento che la malattia richiede, non può stringere la mano di una moglie, di un marito, di un figlio o di un nipote e deve trovare nella propria mente e nel proprio corpo la forza per sconfiggere il virus, insieme alle cure amorevoli di chi è lì ogni santo giorno.

Il COVID19 può toglierci il contatto, ma non potrà farlo per sempre: io e te lo sappiamo benissimo.

Ecco cosa abbiamo in comune: la consapevolezza e la speranza che questa sarà una parentesi, dolorosa e magari lunga, ma pur sempre una parentesi; potrà lasciare cicatrici, potrà chiederci di ripartire dalle macerie di un Paese che si è dovuto fermare per salvarsi. Ma la speranza non si ammala, non muore, ci tiene vicini e ci fa vivere senza panico e disperazione questo momento. E’ la speranza di chi fabbrica mascherine per regalarle, la speranza di chi si attacca al telefono per sentire le persone che conosce e sa vivere da sole; è la speranza di chi ha capito che ieri abbiamo usato i cellulari mentre avremmo dovuto essere insieme mentre oggi, che siamo da soli, oggi è il momento dei cellulari e dei PC, in attesa di un domani nel quale i telefoni dovranno stare di più in una tasca o una borsa, aspettando che finiamo di guardare negli occhi le persone che ci vogliono bene. E’ la speranza degli occhi del piccolo Lapo, nato l’altro ieri, che si sono dischiusi al mondo e hanno voglia di vivere. E’ la speranza di chi fa attenzione alle regole perché sa che più è forte il rispetto delle regole e prima usciremo dal dilagare dei contagi.

Ci saranno aiuti per chi avrà passato le difficoltà di questo periodo, ci saranno sostegni e misure di rilancio per il Paese e la nostra comunità: non potrà accadere diversamente, e questo lo sappiamo noi, lo sa lo Stato e lo sanno anche le Istituzioni Europee e internazionali. Perché le Istituzioni devono andare avanti e lo fanno senza sosta, anche da casa.

Non sei da solo, non siamo da soli.

Siamo in tanti e siamo qui, nelle nostre case, pronti a ripartire e intenti a lavorare perché il tempo del COVID19 non sia perso e vano e ci lasci, oltre alle cicatrici, un vaccino che serva non solo per farlo sparire ma anche per tenere lontane da noi l’incoscienza e l’irresponsabilità che avevamo inconsapevolmente incubato o cui ci eravamo abbandonati – nelle lusinghe di una società stregata dalle “colpe degli altri” (i migranti, i buonisti, i “sapientoni”, i vaccinisti, l’Europa, ecc.) per tutti i suoi mali, mentre il vero male, invisibile, si preparava in casa nostra -: l’isolamento di oggi, più di ieri, ci regala l’opportunità di tornare a essere una comunità, ed essere migliore.

Per questo, io e te, non siamo soli e insieme, ancora, siamo pronti a ripartire dalle nostre case, dove adesso restiamo in attesa che tutti stiano meglio.

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