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Sale slot: il sindaco può ridurre gli orari di apertura

Con la sentenza 16 novembre 2017, n. 2180, il T.A.R. Lombardia, sede di Milano, ha esaminato una fattispecie nella quale vi era controversia sul potere (e sui presupposti) di riduzione degli orari di apertura delle sale giochi, respingendo le censure della ricorrente e confermando la validità del provvedimento monocratico assunto dal primo cittadino di Cinisello Balsamo. Si tratta di un passaggio importante che ricorda come (già chiarito anche dalla sentenza n. 2519/2016 del Consiglio di Stato) è legittimo che il sindaco adotti un’ordinanza finalizzata alla tutela della salute dei suoi cittadini, ed in particolare, al fine di scongiurare il rischio di dipendenza, facendo ricorso all’esercizio dei poteri di cui all’art. 50 c. 7 del d.lgs. 267/2000.

Il comma 7 dell’articolo 50 del T.U.E.L., va ricordato, dispone che “Il sindaco, altresì, coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché, d’intesa con i responsabili territorialmente competenti delle amministrazioni interessate, gli orari di apertura al pubblico degli uffici pubblici localizzati nel territorio, al fine di armonizzare l’espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti”. Si tratta, tuttavia, di un potere discrezionale, per l’esercizio del quale è necessario ricorrere a un onere motivazionale particolarmente preciso. È in questo senso che si è diretta l’attività del Comune che, a monte dell’ordinanza di definizione degli orari delle sale da gioco d’azzardo, ha preso atto dell’esistenza di specifici studi (da parte della A.S.L. e del Servizio Ser.T.-D.) e rilevato come i dati offerti abbiano segnato un andamento negativo dei fenomeni di dipendenza, al punto da motivare un intervento amministrativo.

Non di meno, a poco è valso il rilevare, da parte della ricorrente, l’esistenza di contesti in cui il gioco d’azzardo “viene effettuato illegalmente, al di fuori dei circuiti autorizzati dallo Stato” (“richiamati dalla ricorrente per dimostrare l’irragionevolezza del provvedimento impugnato”): ciò rappresenta una circostanza di mero fatto che non assume alcuna consistenza in ordine a un nesso causale fra attività (giuoco d’azzardo) e patologia (giuoco d’azzardo patologico) che costituisce un paradigma chiuso con gli studi medici prodotti. Infondata, inoltre, è risultata l’eccezione di carenza di potere e incompetenza assoluta del Sindaco: come già ricordato dal Consiglio di Stato nel 2015, “la normativa in materia di gioco d’azzardo … non è riferibile alla competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza di cui all’art. 117 c. 2 lett. h) Cost., quanto invece alla tutela del benessere psico-fisico dei soggetti maggiormente vulnerabili e della quiete pubblica, ciò che rientra nelle attribuzioni del Comune, ex artt. 3 e 5, D.Lgs. 18.8.2000 n. 267”. Dunque, il potere esercitato dal Sindaco nel definire gli orari di apertura delle sale da gioco ha ad oggetto, in senso lato, gli interessi della comunità locale.

Merita di essere sottolineato, infine, il passaggio motivazionale che esclude che il provvedimento sindacale costituisca un vulnus alla libera iniziativa economica e imprenditoriale di rango comunitario, “essendo infatti la libertà di iniziativa economica suscettibile di contemperamento con l’utilità sociale, in modo da non recare danno alla sicurezza, alla libertà, ed alla dignità umana”; nel settore del giuoco d’azzardo, numerose sono – d’altronde – le fonti che confermano come vi siano precisi limiti alla libertà economica nel delicato settore di cui si discute (Raccomandazione 2014/478/UE del 14.7.2014; D.L. 13.9.2012, n. 158, convertito con modificazioni nella L. 8.11.2012, n. 189; la L. 23.12.2014, n. 190; la L. 28.12.2015, n. 208, con l’art. 1, c. 936). Come ogni diritto di iniziativa economica, a maggior ragione quello sussistente in capo ai gestori delle sale gioco non è sistematicamente prevalente sulla tutela della salute degli utenti (“che è al contrario riconosciuta e salvaguardata dalle citate fonti primarie, essendo infatti entrambi detti valori, di rango costituzionale, suscettibili di bilanciamento”).

 

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