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Misure di pubblicità sufficienti in caso di procedura di alienazione

Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 27/12/2018 n° 7282

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La sentenza in commento (Consiglio di Stato, sentenza 27 dicembre 2018, n. 7282) ha deciso in merito a una controversia fra un Ente Locale, alienante un bene immobile, e un cittadino che – in quanto confinante e già avendo manifestato il proprio interesse all’acquisto – pretendeva di vantare nella fattispecie il diritto a ricevere un trattamento, per così dire, differenziato rispetto alla indistinta generalità della platea dei potenziali altri cittadini.

Il ricorrente lamentava, infatti, che la procedura di alienazione fosse stata indetta senza tenere minimamente conto della sua posizione, asseritamente “qualificata” e interessata, ben nota alla P.A. e generatasi in ragione di (pare di poter intuire dalla ricostruzione in fatto) ripetute “manifestazioni di interesse”. In altre parole, la ricostruzione giuridica e fattuale della fattispecie era, da parte del ricorrente, tesa alla dimostrazione che il Comune non avrebbe dovuto limitarsi a una mera (e ordinaria) pubblicazione del bando di alienazione con i mezzi ordinari (R.D. n. 827/1924; L. n. 69/2009d.lgs. n. 50/2016), bensì – in ragione della suddetta posizione “qualificata”, avrebbe dovuto procedere a comunicazione di avvio del procedimento per l’alienazione del bene, comunicandola al ricorrente.

Orbene, per quanto banale e – onestamente – “caso di scuola”, la vicenda scrutinata dalla Quinta Sezione assume un significato tutto particolare. In primo luogo, va notato che parte ricorrente si è cimentata in un tentativo di costruzione interpretativa di una propri posizione giuridica soggettiva qualificata e differenziata: tale tentativo, ovviamente, era mirato alla creazione dei presupposti che obbligano l’Amministrazione alla formulazione e spedizione di una comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 della L. n. 241/1990. In tal senso, è vero e condivisibile che laddove la P.A. proceda ad alienazione, essa rende pubblica tale volontà con un vero e proprio avviso, reso noto nelle forme ordinarie stabilite per le procedure ad evidenza pubblica. Tuttavia, più diffusamente, va detto che la comunicazione personale è strumento inappropriato per ragioni ulteriori rispetto a quelle – pur condivisibili – estrinsecate nella sentenza in commento.

A monte, bisogna ricordare cosa, ancor oggi, stabilisce il R.D. n. 827/1924, ai sensi del quale “si provvede con contratti a tutte le forniture, trasporti, acquisti, alienazioni, affitti o lavori riguardanti, le varie amministrazioni e i vari servizi dello Stato” (art. 36) e “tutti i contratti dai quali derivi entrata o spesa dello Stato debbono essere preceduti da pubblici incanti” (art. 37): l’articolo 63 dello stesso ricorda che “quando si debbono fare contratti con formalità d’incanto, l’ufficio presso il quale si deve procedere alla stipulazione fa pubblicare l’avviso d’asta”.

Non meno valido è il riferimento all’art. 3 del R.D. n. 2440/1923, il quale dispone che “i contratti dai quali derivi un’entrata per lo Stato debbono essere preceduti da pubblici incanti”. Dunque, il principio di base, da tempi assai risalenti, è sempre stato quello dell’avviso pubblico. Non di meno, la logica di base che anima le norme di ieri e di oggi è quella secondo cui, nel settore pubblico, l’alienazione di un bene deve costituire momento per massimizzare un potenziale profitto per le casse dell’Erario, e tale massimizzazione è tanto più possibile quanto maggiormente competitiva sia la partecipazione dei soggetti interessati all’acquisto della proprietà (o anche altro diritto reale) del bene.

L’interesse pubblico, quindi, è quello di ampliare la platea dei potenziali interessati e, solo in caso di asta deserta, procedere ad attivare percorsi amministrativi più ristretti e, per così dire, “negoziati”: così, del resto, testimoniano anche gli attuali articoli 62 e seguenti del d.lgs. n. 50/2016. Dinanzi a tale interesse pubblico – che racchiude in se la necessità di assolvere ai generali principi di trasparenza, parità di trattamento, non discriminazione, economicità, tempestività, come enucleati sia dall’articolo 1 delle Nuove Norme sul procedimento amministrativo che dall’articolo 4 del d.lgs. n. 50/2016 – la posizione soggettiva del cittadino non può che essere di interesse legittimo, a prescindere da eventuali escamotage che questi abbia posto in essere per tentare di accaparrarsi una posizione distinta e più vantaggiosa rispetto alla ampia, ordinaria platea cui la P.A. deve rivolgersi.

Con tale chiave interpretativa, dunque, l’argomentazione volta a sostenere una pretesa e specifica (più che necessaria) comunicazione di avvio del procedimento ex articolo 7, nella modalità di una comunicazione personale ai sensi del comma 1 dell’articolo 8, svanisce nel nulla: non v’è pregiudizio che si prefiguri per alcun destinatario, non v’è alcun destinatario predeterminabile rispetto all’interesse di acquisto. Ecco perché – più compiutamente – non si applica alla fattispecie la L. n. 241/1990, riferimento legislativo non pertinente per la fattispecie in esame, mentre trovano piena applicazione le norme e i principi generali in materia di contrattualistica pubblica e procedure ad evidenza pubblica.

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