Taccuino

Infrastrutture come slogan

Si fa un gran parlare del problema delle infrastrutture strategiche i cui lavori sono bloccati da tempo o, addirittura, mai iniziati o con gare bloccate. Ora, a dire il vero, mi pare più una bandierina elettorale per le imminenti elezioni europee, che non una reale priorità per il Paese di cui vi sia piena consapevolezza. Tutti questi slogan vanno meglio ponderati dinanzi alla complessità che tutti rischiamo di perdere e che, per quanto faticosa, richiede attenzione e sensibilità per arrivare a soluzioni concrete ed efficaci. Il famoso e auspicato decreto che tutti chiamano “sblocca cantieri”, d’altronde, risponde al bisogno di recupero del gap infrastrutturale solo per alcuni casi circoscritti: sia chiaro, va bene tutto, ma lo snodo strategico dei nostri problemi non sta lì.

Il primo problema sta nella consapevolezza del ruolo degli enti locali, sotto due profili. Da un lato, i Comuni sono stritolati nella morsa della Finanziaria 2019, che ha spostato risorse, tagliando ovunque, per fare spazio alle misure nazionali del “reddito di cittadinanza” e delle pensioni “quota 100”; e così, scuole, strade, lotta al dissesto e lotta all’inquinamento finiscono per non trovare spazi di investimento e ricevere a mala pena risorse per la manutenzione; mentre le Province sono scomparse dai radar, lasciate a metà di una riforma mal posta che avrebbe dovuto invece ridimensionare il ruolo delle Regioni per rimetterle al loro posto (sottraendo loro funzioni amministrative e lasciando il compito della programmazione). Dall’altro lato, le sofferenze burocratiche dei livelli locali sono enormi: oppressi nelle maglie di una normativa sui contratti pubblici ipertrofica, sproporzionata e affidata ai pareri di ANAC, i Comuni e le Province si districano fra gli obblighi di committente centralizzata, le crescenti carte e i tempi prolissi delle procedure amministrative, minimamente semplificate solo dove vi siano seri sistemi informatici, senza alcuna possibilità di trovare un equilibrio per valorizzare coloro che lavorano bene e magari sono anche del territorio. Manca una vera strategia per l’Italia del futuro, e questo perché la politica sembra aver smarrito il senso della propria missione, che un tempo si incardinava in modo equilibrato fra il dovere dell’azione nel presente e il diritto alla speranza nel futuro.

L’eterno dibattito della TAV, acceso per distrarre l’opinione pubblica; la politica contraddittoria e opportunista delle strategie energetiche riassunta in un Ministero rappresentato da un personaggio che predica l’elettrico ma spende nell’idrocarburo; la scelta irrisolta fra ruote e rotaie/cieli/acqua; il mare, sotto stretta vigilanza per la plastica ma non per gli scarichi fognari che ammorbano le coste di tutta la penisola; l’ILVA come paradigma del nodo cruciale mai sciolto nel rapporto tra l’industria di Stato e la tutela dell’ambiente e della salute. Sono solo alcuni dei temi che nessuna coalizione politica ha sinora avuto il coraggio di affrontare senza retorica e strumentalizzazioni.

Eppure, un Comune, una grande Città, una Regione, uno Stato hanno bisogno di confrontarsi con questi temi che legano la vita quotidiana di milioni di persone e di altrettanti milioni cui dovremo lasciare il futuro, teoricamente mettendolo meglio del nostro presente. Dobbiamo dirci chiaramente che ai cambiamenti non basta un giorno, che gli annunci servono a far abboccare i lucci e che la strategia chiara, ben scadenzata, è l’unica cosa che ci può salvare dalla dead-line di quel punto di non ritorno.

La TAV va fatta, così come bisogna far chiarezza una volta per tutte sul fatto che urge ridurre il trasporto merci su gomma e – riassorbendo gli occupati di quel settore – lo sviluppo degli assi commerciali strategici dovrà avvenire su piattaforme condivise, siano esse navi, aerei o treni. Solo così, peraltro, lo Stato sarebbe costretto a investire in quelle reti ferroviarie oggi malandate (o, peggio, com’è accaduto sulla linea Viareggio-Lucca-Pistoia, tagliate fuori dallo sviluppo, restando a binario unico come nel 1861…), restituendo dignità al servizio che parla a pendolari, studenti, lavoratori o turisti che siano.

L’ILVA si potrà chiudere e andrà chiusa, nel frattempo che si sarà creata un’alternativa sostenibile di riassorbimento delle decine di migliaia di lavoratori che vi operano (il turismo di quelle zone potrebbe davvero essere il settore cruciale), si sarà data un’alternativa di ambiente cittadino vivibile e si sarà presa consapevolezza del fatto che l’industrializzazione deve seguire percorsi di rigenerazione e non di distruzione ambientale.

In questo scenario la politica deve uscire dai gusci del pregiudizio contro il privato, col quale bisogna dialogare con regole certe, trasparenza, controlli e gravi sanzioni; deve avere la forza di affrancarsi dai cartelli economici cui spesso è legata (a partire dal fatto che il tanto vituperato finanziamento pubblico ai partiti ha lasciato posto a un sistema di lobbying che sarebbe giusto far emergere, per sapere chi finanzia chi e per ottenere cosa); deve concentrarsi sul dialogo con uomini e donne – più o meno giovani, di qualsiasi estrazione sociale, provenienza territoriale e fede politica – che metta al centro non il distinguo personale e il narcisismo autoreferenziale della testimonianza politica, bensì il pragmatico lavoro attorno ai temi che, ancora a lungo trascurati, non faranno altro che costituire irreversibili e indelebili danni per il futuro del nostro Paese.

 

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