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Imposta di soggiorno: il Consiglio di Stato interviene sul vincolo di destinazione

Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 23/11/2018 n° 6644

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Come noto, con l’art. 4 del d.lgs. n. 23 del 14 marzo 2011, il Legislatore ha istituito l’imposta di soggiorno affidandone la legittimazione attiva ai Comuni Capoluogo di Provincia, alle Unioni dei Comuni e a tutti i Comuni incisi negli elenchi regionali dei Comuni turistici o delle città d’arte. 

Se da più parti e in più occasioni è stata chiarita la prima condizione di attuabilità del potere impositivo (cfr. T.A.R. Toscana, Sez. I, sentenza 5 maggio 2017, n. 647; T.A.R. Molise, sentenza 25 luglio 2014, n. 4779) –  partire dalla ben nota necessità di inclusione negli elenchi di competenza delle Regioni (ovvero, di riconoscimento dello status di città d’arte) – quello che sinora era rimasto ben poco chiaro era il destino del gettito dell’imposta di soggiorno.

Di fatti, quanto all’aspetto sostanziale, si è nel tempo registrata fra i giuristi l’esistenza di posizioni diverse.

La prima è quella che riconduce l’imposta di soggiorno a species del genus tassa di scopo, con l’unica differenza che rispetto alle ordinarie “imposte di scopo” (istituite con L. n. 296/2006 – finanziaria per l’anno 2007 -, art. 1, commi 145-151) – che prevedono uno speciale iter di attivazione e uno specifico meccanismo di funzionamento, pur restando ampio e illimitato l’ambito oggettivo (“a) opere per il trasporto pubblico urbano; b) opere viarie, con l’esclusione della manutenzione straordinaria ed ordinaria delle opere esistenti; c) opere particolarmente significative di arredo urbano e di maggior decoro dei luoghi; d) opere di risistemazione di aree dedicate a parchi e giardini; e) opere di realizzazione di parcheggi pubblici; f) opere di restauro; g) opere di conservazione dei beni artistici e architettonici; h) opere relative a nuovi spazi per eventi e attivita’ culturali, allestimenti museali e biblioteche; i) opere di realizzazione e manutenzione straordinaria dell’edilizia scolastica”, elenco implementato con l’art. 6 del d.lgs. n. 23/2011) – l’imposta di soggiorno si caratterizzerebbe per una precisa definizione fatta a monte dal Governo nell’esercizio dei poteri delegati dalla Finanziaria 2007; lo scopo, per quanto ampio, si caratterizzerebbe nell’impiego degli introiti per tutte quelle iniziative, attività e interventi che hanno effetto diretto o indiretto nel settore del turismo, ancorché ne beneficino anche i residenti del luogo ove la stessa si applica.

La seconda è quella che la qualifica come prestazione tributaria specifica, diversa dalle ordinarie entrate tributarie, sganciata dai meccanismi e limiti delle imposte di scopo e legata all’impiego dei proventi secondo fattispecie non tassative, generiche e tuttavia necessariamente e strettamente attinenti al settore dei servizi per il turista, con ciò distinguendosi dalle fattispecie propria di “imposta di scopo” di cui al comma 149 (cioè, istituita per scopo specifico e da definire).

Con la pronuncia in esame, il Consiglio di Stato disegna una fattispecie maggiormente chiara in ordine alla definizione sostanziale dell’imposta di soggiorno, nella quale viene evidenziato il punto cruciale della destinazione del gettito derivante dall’applicazione dell’imposta stessa.

La Quinta Sezione, infatti, si è occupata di scrutinare la censura della ricorrente a detta della quale l’imposta era illegittimamente prevista con la destinazione del gettito dell’imposta a sostegno tra l’altro “dei servizi pubblici locali fruibili anche dai turisti”, doglianza che il T.A.R. Lombardia, sede di Brescia, aveva invece respinto e ritenuta infondata perché la destinazione del gettito era invece conforme alla finalità del tributo prevista dal medesimo art. 4, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2011 (secondo periodo), e cioè al “sostegno dei servizi pubblici comunque funzionali o collegati al turismo” (così riporta la sentenza appellata).

È in tal senso che i Giudici hanno voluto chiarire l’estrema ampiezza della disposizione dell’art. 4 di cui al d.lgs. n. 23 del 2011, la quale – è vero – sancisce che la destinazione dell’imposta è diretta al “finanziamento di interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive” e, dunque, in prima battuta, al medesimo settore del turismo – dalle imprese ricettive ai servizi connessi -, e tuttavia prosegue ricordando che non è escluso che essa sia impiegata per interventi “di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali”.

Tuttavia, la parte decisiva della normativa risiede nella formulazione legislativa che, alle illustrate e possibili devoluzioni di spesa, aggiunge la possibilità di impiego per il sostegno “dei relativi servizi pubblici locali”.

Una locuzione decisamente generica, che lascia intendere la possibilità di estendere l’impiego del gettito non solo al campo del settore turistico, bensì anche al settore dei servizi pubblici locali generale.

In altre parole, l’imposta di soggiorno si caratterizzerebbe per essere una imposta di scopo dedicata alle municipalità (Comuni Capoluogo di Provincia, Comuni classificati o Unioni dei Comuni), caratterizzata dalla necessaria esistenza di un obiettivo (e, dunque, impiego) “aperto”, purché connesso con il settore dei servizi pubblici locali, come definiti dall’art. 112 e ss. del d.lgs. 267/2000 (c.d. Testo Unico degli Enti Locali) quali servizi pubblici aventi “per oggetto produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali” (art. 112).

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