Taccuino

Il ruolo dei beni pubblici nello sviluppo economico

Capita a chiunque di passare davanti a immobili e, ammirandone la decadente e rovinosa bellezza, chiedersi di chi siano. Troppo spesso quei beni sono pubblici. Secondo le aggiornate informazioni di Opendemanio, il patrimonio dello Stato conta, tra immobili e terreni, oltre 70 miliardi di Euro – dato sottostimato – cui si devono naturalmente aggiungere Comuni, Province e Regioni: indubbiamente, una bella garanzia per la parte patrimoniale del bilancio dello Stato. Eppure solo minimamente tali immobili sono messi a rendita.
.
Su ogni bene, infatti, gravano ancora intrighi di competenze che non di rado impediscono la relazione con un unico interlocutore: sì, c’è l’Agenzia del Demanio, ma dietro di essa sappiamo bene esservi a cascata autorità militari, agenzie o aziende di Stato e Ministeri, a complicare all’ennesima potenza la filiera delle interlocuzioni. E così, se le cartolarizzazioni di Tremonti avevano tentato di assicurare una copertura finanziaria alla crescente spesa corrente dello Stato – sostanzialmente falsificandone i conti pubblici – e il federalismo demaniale ha finto di concedere beni in comodato a costo di investimenti vertiginosi insostenibili per le comunità locali, l’unica certezza è che la politica delle alienazioni non ha mai funzionato, anzitutto per l’assenza di una visione e una strategia.
.
Manca nel dibattito politico un capitolo dedicato a questo tema. Torri e fari in rovina, palazzi malmessi, appartamenti e vecchie case vandalizzati, ex scuole, ospedali, caserme o carceri abbandonate, sedi pubbliche lasciate senza uso e senza cura. Oltre il 60% del patrimonio pubblico attende una risposta, e il potenziale di rendita è stimato in decine di miliardi di Euro, potenzialmente utili a a sterilizzare l’aumento dell’IVA, abbassare le tasse ai redditi medio-bassi o alle malmenate partite IVA. E finché non si ammetterà che i beni in questione possono essere strategici anche per lo sviluppo economico e di attività produttive private – con il coinvolgimento di investitori – che si occupano di turismo, accoglienza turistica o agricoltura, oppure per lo sviluppo dell’associazionismo culturale o sociale, ebbene finché non si abbatteranno i muri ideologici contrari al privato sarà difficile uscirne. Il privato va coinvolto; non come acquirente, ma come concessionario sul quale attivare tutti i necessari istituti di controllo, assecondandone tuttavia la progettualità volta a usi che arricchiscano le comunità, rivalutino il patrimonio pubblico, creino posti di lavoro, generino ricchezza e conferiscano un valore aggiunto al territorio.
.
Volendo poi toccare un argomento scomodo, a chi usa il tema della “speculazione economica sui migranti” come giustificazione dei porti chiusi replicherei che l’accoglienza dovrebbe gestirla direttamente lo Stato, utilizzando gli edifici – spesso occupati abusivamente – per dare un tetto a famiglie italiane e non sotto una gestione che stia saldamente nelle mani del pubblico, e non dell’emergenza – che sinora si è rivolta a soggetti esterni sprovvisti di serie capacità di controllo. Oltre a rivalutare il patrimonio, un sistema simile abbatterebbe i costi necessari all’accoglienza e accrescerebbe non di poco la capacità degli Enti Locali di rispondere all’emergenza abitativa. Oltretutto, strumenti e procedure per la concessione ai privati sono vecchi, farraginosi e pesantemente burocratizzati, quasi a ribadire un non più attuale destino di pubblico potere per quei beni. Rinnovare gli strumenti e snellire le procedure è una prima necessità, che presuppone comunque un profondo mutamento di prospettiva nell’approccio al patrimonio immobiliare pubblico in disuso. Aprire all’apporto privato per destinazioni di mercato e mettere a rendita i beni immobili deve essere una priorità. Viceversa – senza giri di parole – sapremmo tutti chi cercare qualora l’abbandono mettesse a repentaglio la vita e l’incolumità delle persone.
.
.
.