Taccuino

Discorso per la Giornata dell’Unità Nazionale

Nella Giornata dell’Unità Nazionale, che oggi coincide con il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, condivido con voi un pensiero che ho particolarmente a cuore. Ogni anno in questo giorno ci raduniamo dinanzi ai monumenti dedicati ai caduti per commemorare le vittime di tutti i conflitti. Nei loro discorsi sull’unità, politici e istituzioni evocano da sempre la patria, la fede e la famiglia come valori fondanti, che ci accomunano e ci motivano; nel primo Dopoguerra, poi, l’uso che si faceva di tali valori intendeva evidentemente contribuire a creare un certo clima sociale. Ma ci si dimentica che, prima di tutto, ad ascoltare c’erano uomini e donne spesso inconsapevoli di quello che li aspettava. 

Il nostro non è mai stato un Paese di grandi eserciti, preparati ad affrontare le grandi guerre. Uomini di buona volontà, che venivano perlopiù da famiglie umili di eterni lavoratori. L’Italia in quell’epoca fece un enorme sacrificio, spedendo i suoi figli suoi fronti di guerre cruente: giovani, che ovviamente sono più inclini ad essere trascinati sul piano ideologico; giovani che, senza dubbio più dei nostri confini, testimoniano cosa sia rimasto e che cosa abbiamo sacrificato. Perché quando si parte lo si fa con la speranza totalizzante e la fretta di tornare a casa; e ce lo raccontano bene coloro che ci sono riusciti, di come il terrore li attaccasse tutti, anima e corpo, ai ricordi o alle fotografie sgualcite dei propri cari. Perché non pensare che quei giovani, mandati lontano a combattere una guerra che non capivano, sperassero di tornare anche per realizzare la propria vita e offrire i frutti di ciò che erano riusciti a fare per il proprio Paese. In questo c’è un senso molto più profondo di quello che celebriamo: un senso di abnegazione che si spinge ben oltre i simboli e i valori citati prima, un’idea nobile di servizio che ha saputo dare vita alle nostre Forze Armate.

Ci sono due lapidi a Camaiore che se ne stanno timide, una sotto l’altra, sul muro della Chiesa Collegiata. Quella sopra, più grande e datata, elenca i nostri caduti nei due conflitti mondiali al titolo “Caddero per la Fede e per la Patria”. Quella sotto invece risale solo al 2000, quando Gerolamo Pigni Maccia, un nostro concittadino, durante una giornata come questa, vedendo la prima fu preso dal bisogno di mostrare a tutti un altro modo di interpretare la memoria, e ordinò allora una lapide su cui fece incidere una dizione molto bella e significativa per l’epoca che viviamo: “Dalle guerre, anche da quelle per la Fede e per la Patria, liberaci sempre, Signore!”. Quella lapide testimonia secondo me il senso più profondo di questa giornata e l’eredità più importante che i caduti lasciano a noi e a quanti assicurano la pace al nostro Paese: l’idea che queste tragedie non debbano ripetersi, poiché nessun valore potrà mai richiedere il sacrificio brutale e indiscriminato di esseri umani.