Pubblicazioni

Contratto di appalto: sì a concorrenza delle garanzie e tutela sostanziale

A maggior tutela del committente, il rimedio contrattuale ex art. 1667 cc. è compatibile con quello extracontrattuale di cui all’art. 1669 (Cass. n. 20184/2019) Nell’esercizio del potere d’interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice non è condizionato dalla formula adottata dalla parte, dovendo tenere conto piuttosto del contenuto sostanziale della pretesa desumibile dalla situazione dedotta in causa e del provvedimento chiesto in concreto, senza altri limiti che quello di rispettare il principio della corrispondenza della pronuncia alla richiesta.

Di fronte alla domanda con la quale venga chiesta la condanna dell’appaltatore a risarcire o eliminare i vizi dell’opera, allorché a suo fondamento siano dedotti difetti della costruzione così gravi da incidere sugli elementi essenziali dell’opera stessa, influendo sulla sua durata e compromettendone la conservazione, il giudice è sempre tenuto ove le circostanze lo richiedano a qualificare la domanda, in via alternativa o concorrente, di risarcimento in forma generica o specifica da responsabilità extracontrattuale ex art. 1669 c.c., rispetto alle corrispondenti richieste di adempimento contrattuale o riduzione del prezzo e risoluzione ex art. 1667 c.c.

.

Il caso

Con l’ordinanza n. 20184/2019, la Seconda Sezione Civile della Suprema Corte si è occupata del ricorso avverso la sentenza n. 1240/2013 della Corte d’Appello di Torino, con la quale ultima era stato dichiarato esente da responsabilità l’appaltatore chiamato, in sede riconvenzionale conseguente ad opposizione a decreto ingiuntivo fatta dalla committente, a rispondere dei vizi della propria opera.

In particolare, oggetto di controversia era l’inquadramento della fattispecie e, in conseguenza di ciò, il rispetto o meno dei termini di decadenza per l’esercizio della relativa azione da parte della committenza. Tuttavia, la prima questione che aveva chiamato in causa l’intervento della Suprema Corte afferiva esattamente all’inquadramento della fattispecie (1667 oppure 1669 c.c.), che la Corte d’Appello aveva qualificato formalisticamente come azione contro le difformità e i vizi dell’opera, ai sensi dell’art. 1667 c.c.

.

La decisione

Sul punto, la Corte ha mantenuto fermo l’orientamento giurisprudenziale stando al quale nell’esercizio della funzione di interpretazione e giudizio, il Collegio non è condizionato dalle formule contenute nella domanda di parte (in questo caso, della committente), bensì resta ferma la necessità di guardare alla sostanza del contenuto della domanda giudiziale, come configurabile in base alla situazione concreta sottoposta al giudice e alla domanda fattagli.

Non solo: tenendo fede a questo principio, la Sezione ha ribadito il proprio orientamento, stando al quale non ricorre necessariamente una aprioristica alternatività fra le fattispecie degli artt. 1668 e 1669 c.c. (cfr. anche la sentenza del 15 febbraio 2011, n. 3702, e quella del 18 giugno 2014, n. 13882; così, invero, anche la Sezione Prima, con la sentenza n. 815 del 19 gennaio 2016), piuttosto riconoscendo al giudice investito della controversia in argomento il potere-dovere di indagare in modo concreto, preciso e approfondito circa il contenuto e il carattere dei vizi posti alla base della domanda giudiziale, così da verificare “sul campo” (e nei limiti di quanto chiesto dalla parte) l’effettivo contenuto della domanda e applicare la soluzione più efficace nel perseguimento della ratio posta con le norme del Legislatore.

Come peraltro fa la stessa Sezione, va anche ricordato che i vizi e difetti “gravi” di cui all’art. 1669 sono senz’altro quelli che ne affliggono gli elementi strutturali, ma a questi vanno aggiunti quelli che pur concernendo elementi secondari e accessori (impermeabilizzazioni, rivestimenti, infissi, ecc.) sono comunque tali da comprettere la funzionalità e la normale utilizzazione del bene nell’ambito della destinazione di uso che a quest’ultima è stata legittimamente assegnata: trattasi di una visione sostanzialista e concreta che, anche alla luce delle evoluzioni e degli approdi raggiunti dalla scienza e dalla tecnica delle costruzioni, mirano a rendere “flessibili” i confini di demarcazione di quei vizi che legittimano una azione ex art. 1669 c.c. invece di una mera azione di adempimento contrattuale o riduzione del prezzo ex art. 1668 c.c.

Per questo, secondo un nuovo e rinnovato spirito interpretativo, i vizi gravi sono quelli che, pur ininfluenti sulla staticità di un edificio, producono una qualsiasi alterazione sulla struttura e la funzionalità dello stesso e ne menomano in modo apprezzabile il godimento (cfr. sempre Sezione Seconda, n. 27315 del 17 novembre 2017).

Si tratta, invero, di una serie di richiami giurisprudenziali (in sentenza come in commento) coerentemente evoluti verso una concreta e profonda tutela del committente rispetto alla stessa impostazione del Codice Civile oltre che, più in generale, dei principi comunitari – si direbbe, ormai pervasivi – di tutela del consumatore.

.

Altalex