Taccuino

ATO e società miste al tramonto

Mentre qualcuno si affanna a superare Parlamento e democrazia, il tema da porre nell’odierna epoca riguarda i reali poteri di incisione e controllo da parte dei cittadini. L’era delle società e delle fondazioni pubbliche, infatti, ha inaugurato l’appalto della scelta politica a strutture non democratiche (definite “tecniche”), spesso sfornite di sistemi di equilibrio e controllo interno (al di là dei meccanismi formali legati ai controlli finanziari e contabili). In altre parole, si sono spostate in ambienti societari scelte di merito che appartenevano alla politica e alle comunità, mentre – al contrario – le società o le fondazioni pubbliche avrebbero dovuto rappresentare un strumento a servizio del circuito democratico, senza sostituirvisi.

È stata questa la comprensibile ma non condivisibile strategia di quella folla schiera politica che, persa la faccia della credibilità e della competenza, ha creato questi ambienti di strana commistione, nei quali è sempre difficile capire chi è responsabile di cosa, quando le assemblee soci sono di 50 (esempio: GAIA SpA) o 100 (esempio:RetiAmbiente SpA) sindaci o assessori che “si trovano la pappa” preparata dai tecnici che qualcun altro ha indirizzato.

Non di meno, il sistema “divaricato” – fra compiti di indirizzo e controllo (affidati alle Autorità diAmbito, dette ATO), da un lato, e compiti di gestione (affidati a società pubbliche o miste), dall’altro lato – figlio della scuola anglosassone di Birmingham degli anni ’90, ha messo in evidenza le debolezza di un sistema che, quando “imbarca” un privato nella compagine societaria, la presenza pubblica soccombe e non dispone quasi mai di efficaci e seri sistemi di controllo.

Guai a demonizzare l’apporto dei privati: i soci privati, di capitali e/o industriali, hanno tutta la mia stima; non sono enti di beneficienza e perseguono costantemente il profitto, com’è nella loro giusta e lecita essenza; il problema vero sono i soci pubblici, spesso impotenti o incompetenti e nemmeno troppo svegli nel controllo.

Ecco perché, se ha senso dirigersi vero la ripubblicizzazione delle gestioni (vedi Publiacqua a Firenze), ha altrettanto senso ammettere che l’unico rapporto che si deve avere col privato non è un contratto societario o fondatizio (che lo coinvolge nelle scelte), bensì si deve avere un normale contratto di servizio, lavoro o fornitura (che lo coinvolge nell’esecuzione), in cui l’impresa privata e appaltatrice e non partecipa delle scelte di gestione su tariffe o bilanci della committente. Questa confusione, ove esistente, ha generato veri e propri mostri nella gestione dei servizi pubblici locali.

In questa direzione anche gli ATO, così come sono oggi, non hanno più alcun senso.

Prendendo atto del dicembre 2016, è giunto l’ora di rivitalizzare le Province, rivedendone assetto e dimensioni, per farne Autorità Uniche per gli Ambiti territoriali di competenza: penso a un sistema dove ogni Provincia è, sul proprio territorio, Autorità di Ambito per sanità, acqua, rifiuti, trasporto pubblico, salvo coordinarsi in un consesso regionale nel quale flussi e bisogni siano coerentemente e adeguatamente pianificati; non solo: a queste nuove Province d’Ambito va restituita la rappresentatività popolare, in modo che i membri – che si occupano di controllare e indirizzare i servizi pubblici – siano eletti direttamente dal cittadino, ricostituendo una filiera di controllo e partecipazione democratica che, sinora, è stata tenacemente negata.

La democrazia – ancorché qualcuno, non a caso, voglia farla passare di moda – è il migliore fra i metodi sinora noti di controllo diffuso e partecipato: restituiamo alle comunità il potere di farsi rappresentare e decidere il proprio futuro, pronti a discutere e confrontarsi con il coraggio che, sinora, pare mancare a un PD ammutolito e inerte di fronte alle grandi istanze di cambiamento.